Una tassonomia dei “bias” cognitivi: il caso del bias di conferma

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  • 28-01-2021
  • di Roberto Cubelli e Sergio Della Sala
Nel numero 39 di Query abbiamo introdotto la nozione di bias cognitivi come errori decisionali sistematici o preferenze comportamentali stabili, che ignorano le regole della logica o del ragionamento probabilistico, ma che sono inevitabili, universali e funzionali, quindi espressione non di distorsione patologica, ma del normale funzionamento dei processi mentali (Cubelli e Della Sala, 2019) . Per queste loro caratteristiche sono stati definiti comportamenti arazionali invece che irrazionali (Korteling e Toet, in press). I bias sono numerosi e costituiscono una categoria variegata; alcuni di questi sono stati descritti e discussi nei successivi numeri di Query (Pluviano e Della Sala, 2019 , 2020a , 2020b , 2020c ). Anche il singolo bias può includere un insieme eterogeneo di comportamenti che dipendono da meccanismi cognitivi diversi e che, per essere riconosciuti, corretti o contrastati, richiedono interventi diversi. In questo articolo riprenderemo la descrizione del bias di conferma e proporremo una tassonomia partendo dai vari significati che il termine inglese assume in italiano.

Il bias di conferma è “la tendenza per cui ricerchiamo e valorizziamo informazioni che confermano ciò di cui siamo già convinti, ignorando, sminuendo o evitando le evidenze contrarie” (2020a , p 22). In italiano il termine 'bias’ può essere reso con “pregiudizio”, “parzialità” o “inclinazione” (https://translate.google.it ). Tre significati diversi che identificano tre tipologie di bias di conferma.

Pregiudizio


In questo caso il bias di conferma è la conseguenza della personale concezione del mondo, esplicita o implicita; deriva dall'organizzazione della conoscenza in schemi e categorie che è alla base dei processi di percezione, memoria e pensiero. L’accesso automatico a tali schemi e categorie permette decisioni rapide e poco dispendiose (Korteling, Brouwer e Toet, 2018), soprattutto quando si devono fronteggiare situazioni complesse, si è sottoposti a forti pressioni o si è privi di informazioni sufficienti (Gigerenzer e Gaissmaier, 2011). Gli schemi di conoscenza descrivono in modo generale oggetti, azioni ed eventi, ma specificano solo i dettagli caratterizzanti, comuni o più frequenti; rappresentano le tipologie, non i singoli esemplari (“gli ingegneri sono in prevalenza uomini”, “spesso gli immigrati vivono in situazioni di disagio sociale e a contatto con la criminalità”). Una caratteristica specificata tende a essere assunta come sempre vera in assenza di altre informazioni; ciò che non è specificato è ignorato o considerato non vero. Questa organizzazione delle conoscenze è funzionale ai processi di categorizzazione ma favorisce la formazione di stereotipi (Mazzara, 1997), induce errori di ragionamento (“ogni ingegnere è un uomo”, “ogni immigrato è un delinquente”) e determina la tendenza a cercare conferme. Gli episodi coerenti con il pregiudizio sono rilevati, enfatizzati e portati ad esempio, mentre gli eventi che dimostrano il contrario (la donna che si laurea in ingegneria, l’immigrato che restituisce il portafoglio trovato) sono ignorati o derubricati come casi unici, eccezioni. Si selezionano le informazioni che confermano le credenze piuttosto che quelle che le falsificano.

Nelle situazioni della vita quotidiana, le persone scelgono e operano senza rendersi conto di essere guidate da pregiudizi e bias di conferma. Per prevenire e correggere decisioni affrettate e comportamenti discriminatori, sono necessari consapevolezza e controllo. Bisogna imparare a conoscere i propri pregiudizi e a correggerne gli effetti; bisogna sospendere il giudizio ed evitare gli automatismi e le facili associazioni, essere capaci di cogliere sempre la complessità dei problemi e dei singoli eventi.

Parzialità


Il bias di conferma può derivare anche da un'istanza di coerenza e continuità per dare un significato e un percorso alle scelte compiute nelle diverse fasi della vita. A questo scopo si tende a selezionare solo le informazioni che consentono di confermare le scelte del passato e di giustificare quelle del presente (Nickerson, 1998). Si tende a prediligere le proprie capacità piuttosto che sottostimarle (illusione di conoscenza) e a dare peso eccessivo ad eventi a bassa probabilità (Eigenauer, 2018). Per evitare conflitti interiori e mantenere la fiducia e l’autostima, si privilegiano le parole positive (e.g. Boucher e Osgood, 1969) e i ricordi positivi (e.g. Colombel, 2000). Il bias di conferma si accompagna a una tendenza all’ottimismo che va sotto il nome di 'effetto Pollyanna’ (Matlin e Stang, 1978) dal nome del personaggio dell’omonimo romanzo di Eleanor Hodgman Porter (1913), che guardava solo al lato positivo delle cose. Al fine di trovare motivi di rassicurazione e rinforzo, gli eventi sono sempre interpretati come fonte di vantaggio e opportunità, mettendo in secondo piano ogni aspetto negativo (attuale, temuto o prevedibile che sia). La tendenza a cercare conferme selezionando le informazioni che garantiscono stabilità serve a salvaguardare le relazioni personali e le attività professionali, a scongiurare o rimandare le fratture, a evitare di ammettere eventuali fallimenti. Questo tipo di bias è alla base del forte senso di appartenenza nelle persone che aderiscono a uno schieramento politico o professano una fede religiosa. Anche in questi casi si accettano solo gli argomenti che confermano la scelta iniziale, si frequentano solo le persone che condividono gli stessi convincimenti, si leggono solo i testi che rinforzano ciò in cui si crede. La tendenza alla parzialità protegge dalla conversione e dall’apostasia. Per questo motivo il bias di conferma rappresenta una forma di resistenza al cambiamento, riflette la paura di affrontare ciò che è sconosciuto o ciò che non si vuole ammettere. Ha una funzione protettiva ma può anche essere un potente ostacolo come nel caso delle vittime di violenze domestiche che vogliono continuare a credere che tutto possa aggiustarsi e “tornare normale”.

Intervenire sulle conseguenze della tendenza alla parzialità quale base del bias di conferma è opportuno, ma in determinate condizioni il fatto di mettere un individuo a confronto con le proprie contraddizioni può essere destabilizzante, come avviene in caso di dissonanza cognitiva (Pluviano e Della Sala, 2019) . Il cambiamento è espressione di crescita e apprendimento, non necessariamente significa fallimento, rinuncia o tradimento, non implica biasimo e vergogna. Imparare a controllare la tendenza alla parzialità insita nel bias di conferma significa anche imparare ad ascoltare gli altri, a considerare punti di vista diversi, ad accettare il nuovo.

Inclinazione


Il terzo tipo di bias di conferma deriva dai limiti di capacità e di elaborazione del sistema cognitivo, che compromettono il processo di ragionamento e la soluzione dei problemi. La tendenza a ragionare cercando la conferma delle ipotesi come esclusiva modalità di verifica è ben evidenziata dal compito di selezione di Wason (1968). Questo compito è stato proposto in moltissime versioni, ma comprende sempre quattro carte e una semplice regola: i partecipanti devono indicare quali carte girare per accertare che la regola sia rispettata.
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Figura 1. Compito di selezione di Wason. In questo esempio ai partecipanti è chiesto di indicare quali carte girare per verificare se è rispettata la seguente regola “Se una carta ha un cerchio su un lato, allora è gialla sull’altro lato”.


Ogni carta, per esempio, potrebbe avere un colore su un lato e una forma geometrica sull’altro; le quattro carte stimolo (Figura 1) potrebbero mostrare, due un colore (rosso e giallo) e due una figura (cerchio e quadrato). La regola da accertare potrebbe essere la seguente “se una carta ha un cerchio su un lato, allora è gialla sull’altro lato”. La risposta corretta consiste nello scegliere la carta con il cerchio (dietro deve essere gialla) e la carta rossa (dietro non deve esserci un cerchio). La quasi totalità delle persone tende a girare la carta con il cerchio e la carta gialla, in entrambi i casi per cercare una conferma considerando solo ciò che è esplicitamente citato nella formulazione della regola. È inutile girare la carta gialla, dato che la regola non esclude che il giallo possa essere associato ad entrambe le forme geometriche. La struttura astratta del problema rende difficile cogliere e adottare la strategia razionale che consiste nel cercare le condizioni che falsificano un’ipotesi: in questo caso la regola è confermata se dietro la carta rossa non c’è un cerchio. Questo tipo di bias di conferma induce una incompleta rappresentazione del problema, o un framing semplificato e rigido, in cui è presente solo ciò che è esplicitato nella regola. Quando il problema è concreto e il materiale è conosciuto e già utilizzato le persone si mostrano capaci di risolverlo (Wason e Shapiro, 1971; Johnson-Laird et al., 1972; Griggs e Cox, 1982) potendo affidarsi a una pratica consolidata. Quando invece il problema è nuovo e la soluzione non può fare affidamento sull’esperienza, le persone si trovano in difficoltà e sbagliano. Nella vita quotidiana, la tendenza a cercare dati per confermare un’ipotesi anziché falsificarla può determinare gravi conseguenze. Soprattutto quando si devono assumere decisioni o trarre conclusioni, come avviene in ambito medico o in quello investigativo e giudiziario. Gli errori riguardano in particolare il processo diagnostico.

In neuropsicologia, per esempio, i clinici devono interpretare l’origine cognitiva di specifiche manifestazioni comportamentali. Per verificare la loro ipotesi diagnostica spesso propongono la somministrazione di nuovi test in grado di rilevare la presenza del disturbo già noto ma da spiegare. In questo modo ci si limita ad accumulare ulteriori dati relativi al fenomeno patologico noto, non si conferma l’ipotesi interpretativa. Anzi più dati deficitari si aggiungono, più si complica il profilo clinico. Per verificare l’ipotesi diagnostica il metodo corretto è sottoporre la persona indagata a compiti in cui sono attese prestazioni corrette o nei limiti della norma. Solo in questo modo è possibile eliminare ipotesi alternative e isolare il possibile meccanismo danneggiato (per una discussione, Cubelli et al., 2016). In generale, questo tipo di bias di conferma rivela un’inclinazione sistematica a usare strategie semplificate, o euristiche inadeguate, che producono come unico effetto l’illusione fallace di poter risolvere un problema. Invece inducono errori di ragionamento che vanno assolutamente evitati. A differenza delle precedenti tipologie, in questo caso è necessario prevenire il bias di conferma mediante uno specifico programma educativo che insegni i corretti metodi di ragionamento, sia a livello astratto sia nei diversi contesti diagnostici e decisionali.

Conclusione


I bias descritti in letteratura sono moltissimi e spesso i concetti che li sottendono si sovrappongono. D’altra parte, bias categorizzati con lo stesso termine possono manifestarsi con aspetti diversi e in situazioni diverse. Una classificazione dei bias cognitivi è necessaria non solo per permettere la loro definizione e facilitare la loro identificazione, ma anche per stabilire i loro confini e individuare i criteri che consentano di accertare quale tendenza comportamentale possa essere definita un bias e quale invece rappresenti un epifenomeno di funzioni diverse. Per esempio, gli effetti primacy e recency indicano la tendenza a ricordare gli stimoli che occupano, rispettivamente, le prime e le ultime posizioni di una lista: essi riflettono il funzionamento dei processi di memoria e non è corretto classificarli come bias, come talvolta succede (per esempio, Vecchioni, 2020), non corrispondendo ai significati veicolati dalla parola bias (pregiudizio, parzialità, inclinazione) e riferiti ai processi decisionali e di ragionamento.

Una stessa etichetta può indicare fenomeni diversi che non costituiscono un gruppo omogeneo (è il caso del bias di conferma). Nello stesso tempo una stessa categoria può comprendere comportamenti simili ma denominati in modo diverso. La tassonomia proposta nel presente articolo, a partire dalle traduzioni in italiano della parola inglese, ha permesso di analizzare il bias di conferma ma può essere utile anche per altri casi, sia per distinguere tra i diversi bias sia per riconoscere i sottogruppi comportamentali con cui si manifesta un singolo bias.

La classificazione dei bias si prefigge di descrivere e spiegare i meccanismi cognitivi sottostanti a ogni singola tipologia. Questo tentativo tassonomico ha lo scopo di offrire uno strumento che consenta di evitare che la parola bias divenga un termine passe-partout per designare qualsiasi comportamento osservabile con regolarità, o che sia usata come una spiegazione. Usare l’etichetta bias come fosse un costrutto teorico e non invece come criterio classificatorio porta inevitabilmente a una spiegazione circolare, priva di valore euristico. Affermazioni come “scegliere o considerare solo le informazioni che confermano è un bias di conferma perché rivela una tendenza a cercare conferme” non sono di alcuna utilità conoscitiva.

Riferimenti bibliografici

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