Manzoniani scetticismi

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Il celebre ritratto di Alessandro Manzoni, dipinto da Francesco Hayez
Alzi la mano chi non è inciampato mai, nel suo percorso scolastico, nella storia di Renzo e Lucia, i protagonisti dei Promessi sposi manzoniani. E dopo averla alzata, fili subito dietro la lavagna.

La lettura del classico manzoniano nella scuola italiana affonda le radici nella riforma Gentile del 1923; un ritocco successivo ai programmi, datato 1925, spostò lo studio dei Promessi sposi dalla media inferiore al biennio della scuola media superiore, dove resta parte integrante del programma di Italiano nelle scuole di ogni indirizzo. Si tratta di una lettura tutt’altro che penosa per molti studenti, come la mia esperienza di docente di italiano mi ha consentito di verificare, al di là delle leggende metropolitane che aleggiano nelle scuole. Se presentato nella varietà dei suoi aspetti formativi e con un approccio che rifugga da quella pedanteria che Manzoni stesso derideva, si rivela, invece, una lettura assai piacevole, di cui gli studenti sono perfettamente in grado di cogliere profondità e attualità.

Un aspetto poco sottolineato dello studio del romanzo manzoniano riguarda la materia più cara al CICAP, vale a dire la formazione del senso critico. Se in un precedente articolo avevamo messo in luce l’utilità dei gialli di Agatha Christie (v. S&P 87), in questo vedremo come anche il romanzo manzoniano possa offrire, a un adolescente nel mezzo del proprio percorso formativo, suggestioni utilissime e stimoli ad andare al di là delle apparenze. In particolar modo, si presenterà Manzoni nell’inedita veste di cacciatore di bufale e anti-complottista, in poche parole un debunker ante litteram. I riferimenti sono tutti estrapolati dall’edizione del 1840-42 (la definitiva) dei Promessi sposi.

Manzoni anti-complottista: i presunti “incettatori”


Un noto brano, situato all’inizio del capitolo XII, ci presenta un’ironica e insieme amara critica al pressappochismo delle teorie complottiste. Il 1628, anno nel quale è ambientata la storia di Renzo e Lucia, è stato il secondo consecutivo di raccolta scarsa. La popolazione inizia a soffrire la fame per via della carestia e della mancanza di scorte di grano. Ad aggravare la situazione determinata da cause naturali si aggiunge la mano dell’uomo: sono state, infatti, molte le spese causate dallo scoppio della guerra per la successione al ducato di Mantova. Queste le cause razionali indicate da Manzoni e qui lo scrittore si dimostra particolarmente acuto nell’osservare come sia, invece, molto più semplice sfuggire alle responsabilità immaginando trame occulte (nella fattispecie, fantomatici incettatori di grano, il cui scopo sarebbe quello di far salire i prezzi). In questo, come nei molti casi simili dei giorni nostri, i teorici del complotto sono addirittura in grado di fornire i particolari del misfatto, di indicare luoghi, colpevoli, moventi:

«Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre (o almeno è sempre nata finora; e se ancora, dopo tanti scritti di valentuomini, pensate in quel tempo!), nasce un'opinione ne' molti, che non ne sia cagione la scarsezza. Si dimentica d'averla temuta, predetta; si suppone tutt'a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza. Gl'incettatori di grano, reali o immaginari, i possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un giorno, i fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco o assai, o che avessero il nome d'averne, a questi si dava la colpa della penuria e del rincaro, questi erano il bersaglio del lamento universale, l'abbominio della moltitudine male e ben vestita. Si diceva di sicuro dov'erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti, appuntellati; s'indicava il numero de' sacchi, spropositato; si parlava con certezza dell'immensa quantità di granaglie che veniva spedita segretamente in altri paesi; ne' quali probabilmente si gridava, con altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là venivano a Milano».

Contro il negazionismo acritico


Ma è con i capitoli che riguardano la tragedia della peste secentesca che la critica di Manzoni si fa più marcata. È noto che la terribile epidemia di peste bubbonica che colpì il milanese nel 1630 fu conseguenza della discesa dei Lanzichenecchi [vedi box]. Alle prime manifestazioni della diffusione di un mortifero contagio, l’atteggiamento di una parte rilevante della popolazione, tra cui anche molte persone colte, fu quello di opporvi una difesa psicologica pericolosissima: il negazionismo. Negare che vi sia una pericolosa epidemia, tacciare di credulità i sostenitori del contagio sembrava evidentemente, in un primo momento, la soluzione migliore, dal momento che la scienza non pareva in grado di prospettarne di più efficaci. Si tratta, in realtà, di un atteggiamento dal potenziale distruttivo, perché il riconoscimento di un problema, nel momento in cui ve ne siano le prove, rappresenta la prima delle condizioni per trovarvi una soluzione. Lo stesso Manzoni che stigmatizza l’acritica propensione a credere, condanna con pari determinazione chi indossa i paraocchi per non guardare in faccia la realtà. Nel capitolo XXXI lo scrittore, nel riferire del diffuso negazionismo, coglie anche l’occasione per condannare i medici che, per cavalcare l’onda della popolarità, si procurarono il consenso confermando le teorie infondate diffuse tra la popolazione:

«Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s'attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de' casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre piú il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augúri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de' pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso.»

Un atteggiamento, questo, che riporta alla mente quello di taluni uomini di scienza sempre propensi ad accrescere la loro notorietà sostenendo teorie tanto alla moda quanto deboli dal punto di vista delle prove sperimentali, di cui Silvano Fuso parla nel suo interessantissimo saggio I nemici della scienza (cfr., in particolar modo, p. 233 ss.).

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Il protofisico Lodovico Settala.
Il pericolo insito nel cedere all’irrazionalità viene intuito dal Manzoni stesso che, nel medesimo capitolo, dipinge a tinte fosche il crescendo di violenza che si viene a creare ai danni dell’unico medico, il protofisico Lodovico Settala, che aveva osato sostenere che quella che si stava diffondendo nel milanese era la peste. La folla lo aggredisce barbaramente convinta che negare possa proteggerla dal serpeggiare del contagio. Paradossalmente, riferisce Manzoni, quando il Settala stesso, in un’altra occasione, si comporterà in modo diverso e contribuirà a far torturare un’innocente tacciata di stregoneria, la reazione della folla sarà stata ben diversa e probabilmente il protofisico sarà stato acclamato come un filantropo. Purtroppo sostenere teorie infondate può essere talvolta più conveniente che battersi per il trionfo della verità:

«Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici. La folla e il furore andavan crescendo: i portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il padrone in una casa d'amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei, allora ne avrà avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e, ciò che è intollerabile a pensare, nuovo titolo di benemerito.»
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L’epigrafe alla base della “Colonna infame”.
La Storia della colonna infame è un saggio storico scritto da Manzoni, inizialmente concepito in forma narrativa e pensato per essere contenuto all’interno dei Promessi sposi, da cui poi venne espunto. Venne pubblicato dall’autore nel 1840 come appendice storica all’edizione definitiva dei Promessi sposi ed è molto importante, secondo alcuni critici per comprendere l’intensità drammatica del romanzo manzoniano, un po’ messa in ombra dal dolciastro finale.

Argomento del saggio è il vergognoso processo, verificatosi nel corso dell’epidemia di peste del 1630, contro due innocenti accusati di essere “untori”, Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, e i loro presunti complici. La “colonna infame” è il monumento che venne eretto per celebrare la condanna capitale degli innocenti coinvolti nel processo, abbattuta nel 1778 quando era ormai chiaro che essa rappresentava il ricordo della terribile colpa dei giudici e non quella di coloro che, senza colpa, erano stati messi a morte.


Alla ricerca del capro espiatorio, ovvero degli “untori”


Quando, per la diffusione sempre più massiccia del contagio, negare l’esistenza della peste appare impossibile, ecco che le teorie complottiste riemergono. Il propagarsi della malattia, si afferma in modo deciso quanto acritico, è dovuto alla malignità di certa gente che si divertirebbe nel vedere i propri simili perire tra atroci sofferenze. Sostenere il contrario, rileva acutamente lo scrittore lombardo, sarebbe un’ammissione di colpa: fino a quel momento il negazionismo aveva facilitato il contagio sostenendo l’inutilità delle precauzioni, per cui la debolezza umana favorisce lo sgravio della coscienza ai danni di presunti e crudeli ignoti. Si tratta dei cosiddetti untori, ai quali Manzoni dedica anche un’altra delle sue opere (inizialmente inserita nei Promessi sposi), la Storia della colonna infame [vedi box]. Sono costoro dei loschi figuri che, secondo la tradizione popolare, ungendo di sostanze venefiche e putride diversi angoli della città, faciliterebbero la diffusione del “feral morbo”.

Nel capitolo XXXI, nel riferire delle assurde teorie che circolavano tra il popolo sulle presunte unzioni, Manzoni cita un episodio che, a ben considerare, ha del surreale. 17 maggio 1630: nel duomo di Milano ad alcuni presenti pare di scorgere delle persone nell’atto di “ungere” con del materiale la balaustra che separava gli spazi riservati agli uomini da quelli per le donne. Il presidente della sanità, per pura cautela e non perché avesse avuto modo di rilevare un reale pericolo per la salute pubblica, impone di lavare la balaustra. Il vedere, però, tutto questo materiale accatastato colpisce la fantasia popolare che immagina di vedervi la prova dell’esistenza degli untori. Cosa, però, ancor più grave è il rilevare, sottolinea Manzoni, come tutti i resoconti storici dei contemporanei diano l’episodio dell’unzione per certo. Un fenomeno che potrei definire “effetto Voyager”, dal nome del programma televisivo noto per simili acritiche affermazioni:

«Alcuni, ai quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo andare ungendo un assito che serviva a dividere gli spazi assegnati a' due sessi, fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l'assito e una quantità di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente della Sanità, accorso a far la visita, con quattro persone dell'ufizio, avendo visitato l'assito, le panche, le pile dell'acqua benedetta, senza trovar nulla che potesse confermare l'ignorante sospetto d'un attentato venefico, avesse, per compiacere all'immaginazioni altrui, e piú tosto per abbondare in cautela, che per bisogno, avesse, dico, deciso che bastava dar una lavata all'assito. Quel volume di roba accatastata produsse una grand'impressione di spavento nella moltitudine, per cui un oggetto diventa così facilmente un argomento. Si disse e si credette generalmente che fossero state unte in duomo tutte le panche, le pareti, e fin le corde delle campane. Né si disse soltanto allora: tutte le memorie de' contemporanei che parlano di quel fatto (alcune scritte molt'anni dopo), ne parlano con ugual sicurezza: e la storia sincera di esso, bisognerebbe indovinarla, se non si trovasse in una lettera del tribunale della sanità al governatore, che si conserva nell'archivio detto di san Fedele; dalla quale l'abbiamo cavata, e della quale sono le parole che abbiam messe in corsivo.»

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Il cardinale Richelieu.
Dare l’incerto per certo può apparire un’innocua approssimazione, ma Manzoni intuisce il pericolo insito nell’alimentare la credulità popolare: il rischio che si corre è quello di veder crescere esponenzialmente gli atteggiamenti irrazionali, come risposta a un pericolo che appare sempre più concreto.

Il mattino seguente vengono trovate unte di un’indefinita sudiceria le porte dell’intera città di Milano. Nel riferire l’episodio, Manzoni ne dà due possibili spiegazioni razionali, che resistono al rasoio di Ockham: l’interesse malvagio di accrescere il disordine pubblico o uno sciocco scherzo. In ogni caso, affermare la storicità di un episodio ben attestato non implica la necessità di riconoscerne una motivazione irrazionale:

«In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d'accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro; la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole l'attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d'alcuni: fatto, del resto, che non sarebbe stato, né il primo né l'ultimo di tal genere.»

Mentre l’allarme-unzione si diffonde tra la gente, l’autorità amministrativa e giudiziaria comincia una serie di indagini che, sottolinea lo scrittore, danno esito negativo: nessuno viene ufficialmente ritenuto colpevole. Questo non basta a fermare il proliferare delle teorie del complotto: in un passo dello stesso capitolo XXXI che può strappare il sorriso pur nella sua intrinseca tragicità, Manzoni elenca i presunti colpevoli che l’opinione pubblica ha già, in cuor suo, processato e condannato. «Il buon senso c’era - dirà l’autore nel capitolo successivo - ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».

Tra le teorie più fantasiose, non manca quella che tira addirittura in ballo il cardinale Richelieu.

«Mentre il tribunale cercava, molti nel pubblico, come accade, avevan già trovato. Coloro che credevano esser quella un'unzione velenosa, chi voleva che la fosse una vendetta di don Gonzalo Fernandez de Cordova, per gl'insulti ricevuti nella sua partenza, chi un ritrovato del cardinal di Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza fatica; altri, e non si sa per quali ragioni, ne volevano autore il conte di Collalto, Wallenstein, questo, quell'altro gentiluomo milanese.»
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Il costume dei lanzichenecchi.
I lanzichenecchi sono celebri soldati mercenari, per la precisione truppe di fanteria, che combatterono tra il XV e il XVII secolo. Il nome rivela un’origine feudale, dal momento che, in tedesco, Landsknecht significa “servo della gleba”, con probabile riferimento al fatto che, con la crisi del regime feudale, coloro che facevano parte di tale classe sociale tentarono sovente la fortuna aggregandosi a compagnie di soldati di ventura. I lanzichenecchi nacquero ufficialmente per volontà di Massimiliano I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero; si ispiravano al modello dei mercenari elvetici, di cui divennero presto gli antagonisti. Furono i protagonisti del Sacco di Roma del 1527, evento che colpì profondamente l’immaginario collettivo del tempo, per la sua drammaticità.

Alessandro Manzoni, nei Promessi sposi, parla della partecipazione dei Lanzichenecchi alla guerra di successione al ducato di Mantova. Nell’attraversare la città di Milano questi soldati portarono non solo razzie e distruzione, ma anche la peste.


Il fanatismo religioso non è una soluzione


Della profonda religiosità di Manzoni non mette conto parlare: la fede cattolica dello scrittore, la cui conversione si suole tradizionalmente porre nel 1810, è nota a tutti. Meno sottolineata (e ce ne dispiace particolarmente) è la sua assoluta contrarietà ad ogni forma di irrazionale fanatismo, come dimostra un passo molto noto del cap. XXXII.

Mentre la caccia agli untori, fomentata dalla psicosi collettiva, provoca vittime innocenti (un povero vecchietto, tre giovani francesi), la folla incita l’arcivescovo Federigo Borromeo a organizzare una processione con le reliquie di San Carlo per chiedere al Signore di allontanare la pestilenza da Milano. A malincuore, dopo molte insistenze, Federigo cede e alla processione partecipano in tantissimi, creando l’occasione perché il contagio si possa diffondere in modo ancora più rapido presso la popolazione. Manzoni ha parole di profonda critica per l’irrazionalità di questa iniziativa dalle tragiche conseguenze. Lo scrittore nota, inoltre, come ancora una volta gli alibi complottisti abbiano la meglio sulle spiegazioni razionali.

Dal momento che, in seguito alla processione, la peste sembra infuriare con crescente virulenza, la vox populi non trova di meglio che continuare a sostenere la teoria degli untori, che avrebbero approfittato dell’affollamento di gente per svolgere ancor meglio il proprio nefando compito. Tutte le spiegazioni sembrano accettabili fuorché l’unica vera e razionale:

«Ma, oh forze mirabili e dolorose d'un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all'infinita moltiplicazione de' contatti fortuiti, attribuivano i più quell'effetto; l'attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d'eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva un mezzo bastante, né appropriato a una mortalità così vasta, e così diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era stato possibile all'occhio così attento, e pur così travedente, del sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su' muri, né altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell'altro ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune d'Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate, si fossero attaccate agli strascichi de' vestiti, e tanto più ai piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi.»

Don Ferrante e la condanna della pseudoscienza

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Don Ferrante
Questo «pregiudizio generale», che le parole di Manzoni condannano con forza, si veste ancor oggi con abiti di volta in volta differenti mascherandosi da scienza o da credenza religiosa, da resoconto storico o da informazione giornalistica. Le parole dello scrittore lombardo ci ammoniscono, ricordandoci che non tutto quello che si spaccia per vero lo è alla prova dei fatti. Anche chi si crede persona di cultura, se permette al suo senso critico di assopirsi, può incappare nell’errore di scambiare il pregiudizio per scienza o in quello di non saper, con un’espressione evangelica, «separare il grano dal loglio».

Questo rischio era ben presente a Manzoni, che ne dà una chiarissima esemplificazione nel personaggio di Don Ferrante, marito di Donna Prassede, gentildonna presso la quale sosta Lucia nel corso delle sue travagliate vicende. Letterato, cultore dei classici, grande ammiratore di Aristotele, Don Ferrante possiede una fornita biblioteca e trascorre buona parte del suo tempo in compagnia dei propri studi. Questi si basano, però, soprattutto, sul principio d’autorità, che lo induce a prendere acriticamente per buone le teorie dei sapienti che ammira; inoltre egli dimostra una certa propensione verso le pseudoscienze, quali l’astrologia. Un amore che gli sarà fatale.

In un gustosissimo passo del capitolo XXXVII, che è costruito su un crescendo di paradossi, Manzoni ci descrive la stoica morte di Don Ferrante. I suoi studi aristotelici lo hanno indotto a credere, attraverso una “rigorosa” deduzione logica, che il contagio di cui tutti parlano non esista e che si sia trattato di un’erronea lettura di un dato sensibile:

«- In rerum natura, - diceva, - non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l'uno né l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera.»

Quello che nessuno ha capito, tranne il nostro Don Ferrante, è l’origine astrologica della terribile pestilenza: una congiunzione negativa di Giove e Saturno, foriera di mali terribili, contro i quali è inutile tentare di lottare:

«- La c'è pur troppo la vera cagione, - diceva; - e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino?».

La congiunzione astrale non tardò a far sentire il suo effetto anche sul povero Don Ferrante, cui non restava che arrendersi dignitosamente ad un destino avverso, contro cui neppure i Titani potevano, a suo dire, combattere:

«His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.»

Come dire che di pseudoscienza si può anche morire. O, per lo meno, con l’affermazione della pseudo-verità, si lascia morire la parte migliore di noi, quella che caratterizza la nostra specie, che non a caso si chiama homo sapiens sapiens. Nel senso di questo sapiens, che ci rammenta come l’inseguire la verità e la scienza sia ciò che intimamente caratterizza l’uomo, sta anche l’attualità del messaggio di Manzoni, che siamo in fondo felici di continuare a leggere nelle nostre scuole.