La sirena di Bartholin

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  • 15-08-2014
  • di Roberto Labanti
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Trichechus manatus - ©"Manatee photo" di NASA - NASA. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons
«Mi diceste un giorno che avevate veduto una sirena imbalsamata nel museo dello Sloan in Inghilterra. Vi prego di una breve descrizione particolarmente sopra la faccia che mi diceste di aver qualche similitudine coll'umana, ma non tanta quanta raccontano». E ancora, in una lettera successiva: «Mi diceste che molto bene si conosceva ch'era un pesce, ma vorrei che mi descriveste il muso, il petto, le mammelle, se avea il collo come umano [...], come erano le braccia, la grandezza di tutta, e come terminava il suo corpo, a forma di pesce e senza gambe come la credo». Così si rivolgeva il medico Antonio Vallisneri (1661-1730) all’abate Antonio Conti (1677-1749), già suo collaboratore presso l’università padovana. Per un gentiluomo non era impossibile nell’Europa del tempo poter ammirare resti scheletrici di sirene in un qualche gabinetto delle curiosità: a Roma, a Milano, a Lipsia, a Praga, a Londra e probabilmente in altri luoghi ancora. Lo stesso Vallisneri nel proprio museo ne conservava due mani e sei costole. Ben più difficile era aver potuto osservarne i resti «in carne», perché imbalsamati o non ancora decomposti (diversa sarà la situazione nei secoli successivi quando si diffonderanno quegli artefatti di cui abbiamo parlato su Query n. 9). Da qui, la ragione delle ripetute richieste all’«amico veneratissimo». Il medico padovano forse ricordava un’occasione in cui un mostro del genere era stato sottoposto ad una dissezione pubblica, a Leida: certo gli era noto che parte dei resti di quel particolare animale erano conservati a Copenaghen, dove erano stati descritti diversi decenni prima da un ex studente della sua stessa università[1]. Proprio questi ultimi sono stati oggetto di un articolo di Phil Senter (che avevamo già incontrato su Query n. 14) e Vernetta B. Snow della Fayetteville State University, apparso sul fascicolo dello scorso ottobre di Archives of Natural History[2].
Conviene però, prima di occuparci di quest'ultimo saggio, esaminare la storia di quell’esemplare. È il caso di iniziare dalla città universitaria di Leida (Leiden in olandese) nella Repubblica delle Sette Provincie Unite. Era, nel Seicento, la città più grande dell’Olanda meridionale, sede di una fiorente industria tessile e a pochi chilometri dal porto di Rotterdam, uno dei centri del commercio marittimo dei Paesi Bassi, porta di ingresso per merci nonché per esemplari di flora e fauna e per racconti delle e sulle Indie.
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Qui, all’inizio dell’estate del 1646, giunse il medico luterano Thomas Bartholin (1616-1680), figlio e nipote di docenti all’Università di Copenaghen, capitale del regno di Danimarca-Norvegia. Si era appena addottorato in medicina all’Università di Basilea e stava tornando in patria dopo diversi anni passati a peregrinare fra le università nell’Europa centrale e meridionale, come la stessa Leida, dove aveva studiato fra il 1637 e il 1640, e Padova, dove aveva fatto base fra il 1641 e il 1645. Nella cittadina olandese ebbe modo di re-incontrare un mercante calvinista formatosi alla locale università, Jan de Laët (1581-1649), che grazie al suo ruolo di direttore della Compagnia olandese delle Indie occidentali era divenuto il maggiore conoscitore della geografia del Nuovo Mondo.
Con sé Bartholin aveva il catalogo manoscritto del museo del suo tutore (e corrispondente di Laët) Ole Worm (1588-1654), un docente di medicina presso l’Università di Copenaghen nato ad Aarhus (dove il nonno, un luterano degli allora cattolici Paesi Bassi, si era dovuto rifugiare). Già collega del padre di Thomas, Caspar (1585-1629), ne era anche lo zio, perché aveva sposato la sorella della madre. Dopo aver esaminato il catalogo, Laët inviò al danese, attraverso Bartholin, diversi oggetti e campioni non presenti nel manoscritto; fra questi, anche «lo scheletro di una mano e una costola di un mostro marino che è frequente nel mare presso la costa dell'Africa, vicino all'Angola. I portoghesi lo chiamano nel loro linguaggio Perxe de Moliher [in realtà peixe-mulher, "pesce-donna"], come dire sirena».
Qualche anno più tardi saranno proprio Bartholin e Worm a pubblicare due diverse descrizioni anatomiche di quelli che sembrano essere gli stessi resti cui faceva riferimento Laët nella sua lettera. Il primo all’inizio del 1654, quando pubblicherà ad Amsterdam il primo tomo del sua Historiarum Anatomicarum Rariorum; il secondo - o piuttosto il figlio Willum (1633-1704), essendo il padre scomparso nell’estate dell’anno precedente - nel 1655 quando verrà stampato a Leida e ad Amsterdam il Museum Wormianum, nuova versione del catalogo un tempo fatto avere all’amico olandese. Entrambi gli autori ricordarono che si trattava di un dono di Laët, ormai morto, e che questi aveva potuto assistere ad una dissezione pubblica dell’animale, proveniente dal Brasile, tenuta dall’anatomista Pieter Pauw (1564-1617) nel famoso Theatrum Anatomicum del quale la giovane università di Leida si era dotata, fra le prime al mondo, nel 1596.
Secondo Bartholin «[i]l capo e il petto fino all'ombelico mostravano un aspetto umano, ma dall'ombelico all'estremità dei piedi la carne era informe, senza traccia di coda». Sempre lo stesso, che impreziosì il proprio resoconto con una rappresentazione dettagliata dei resti e una ricostruzione dell’animale realizzata sullo stereotipo della sirena, aggiunse che la cattura era stata effettuata da mercanti della Societatis Occidentalis Indiae: la compagnia fu però fondata (da Laët e altri) solo nel 1621 quando Pauw era già deceduto; il contrasto fra le due notizie è risolvibile solo ammettendo che una di esse è erronea[3].
Senter e Snow, dopo aver escluso un’ipotesi presente in letteratura che ritiene l’esemplare un umano affetto da sirenomelia (una deformazione congenita in cui le gambe sono fuse assieme) dato che le caratteristiche descritte da Bartholin non si ritrovano in quella patologia, ipotizzano piuttosto che si tratti di un mammifero marino: fra quelli che sono diffusi nelle vicinanze del Brasile e che hanno arti superiori con le dita unite in una pinna si possono elencare due lamantini (quello delle Amazzoni, Trichechus inunguis e quello dei Caraibi, T. manatus), una foca monaca (quella dei Caraibi, Monachus tropicalis, estinta nel secolo scorso) e diverse specie di cetacei.
Il confronto fra gli arti superiori di queste specie e la descrizione e la rappresentazione di Bartholin permette ai due autori di escludere sia i cetacei sia la foca monaca, portandoli alla conclusione che l’esemplare descritto dal medico danese sia un lamantino (genere Trichechus). Commentando l’articolo, uno specialista dell’evoluzione dei sirenidi come il biologo Daryl P. Domning, avanza una più precisa identificazione, probabilmente legata all’area di provenienza: si tratterebbe di un T. manatus, specie effettivamente presente sulle coste brasiliane[4]. Forse però la questione dovrebbe rimanere aperta: se, anziché accogliere le indicazioni convergenti ma non dirette di Bartholin e Worm sulla provenienza dal Brasile, interpretiamo letteralmente Laët, più vicino alle fonti della vicenda, si potrebbe anche pensare che l’animale sia stato catturato nei mari dell’Africa occidentale, dove è presente una diversa specie di lamantino, il T. senegalensis.

Le fate di Rossendale


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Effimere (Palingenia longicauda) sul fiume Tisza – Solvin Zankl
La valle di Rossendale, in Lancashire, è un piccolo gioiello della natura: ospita un parco naturale, una biodiversità eccezionale, e alcuni paesaggi tra i più belli dell’Inghilterra. Ce ne sarebbe abbastanza per definirlo un luogo magico. Ma secondo un articolo pubblicato online nell’aprile di quest’anno c’è una ragione in più: nella valle di Rossendale volano le fate[5].
Il museo locale, il Whitaker, ha ospitato infatti le fotografie di John Hyatt, artista e direttore del MIRIAD (il Manchester Institute for Research and Innovation in Art and Design). Le immagini hanno fatto il giro del mondo, e rappresenterebbero la prova definitiva dell’esistenza del Piccolo Popolo: «Stavo semplicemente scattando fotografie al tramonto che filtrava attraverso gli alberi, e quando poi in studio ho ingrandito le immagini ho visto queste figure»[6].
Le immagini delle strane creature, a detta dell’autore, sarebbero genuine e non alterate. In una lettera[7] all’Huffington Post, Hyatt cita a supporto dell’esistenza delle fate il celebre caso delle fate di Cottingley[8], una serie di fotografie prese per buone perfino da Conan Doyle: «Nel libro [di Doyle] del 1992, “The Coming of the Fairies” vediamo oggetti oltre i limiti che costituiscono il nostro spettro visibile, con vibrazioni infinite, inusuali per noi [...]. Non c’è nulla di scientificamente impossibile, a quanto ne so, nel fatto che alcune persone vedano quello che è invisibile agli altri».
Il caso si rivelò invece una montatura – una delle protagoniste, Elsie Wright, confessò nel 1983 che si era trattato di una burla. Ma se le fate di Cottingley erano piccole figure di carta ritagliate e poi sistemate su rami e pietre, per quelle di Rossendale sembra esserci una spiegazione molto più naturale. Secondo l’entomologa Erica McLaughlin si tratterebbe[9] infatti di insetti, forse moscerini della famiglia dei chironomidi (per un confronto si veda questa foto[10], la somiglianza è notevole). Un’altra possibilità è che si tratti di effimere, fotografate durante il loro volo nuziale.
Ad Hyatt, dunque, sarebbe accaduto qualcosa di simile a quanto successo a un cliente del fototecnico Paolo Bertotti, che qualche anno fa si ritrovò alle prese con una strana figura angelica[11] (spoiler: un grillo di montagna, ad un’analisi più attenta).
Secondo Ben Hansen[12], del programma Fact or Faked: Paranormal Files, le immagini sarebbero però un po’ troppo ben fatte per essere frutto del caso. E inoltre Hyatt sarebbe consapevole della vera natura dei soggetti fotografati: «La maggior parte delle sue dichiarazioni sposta la conversazione dalle circostanze relative al caso verso una discussione su ciò che si crede e sulla magia.
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Le sue motivazioni? Esattamente quelle che ti aspetteresti da un artista e designer... “portare la magia nelle proprie esistenze” apprezzando la bellezza della vita che “cresce dappertutto”, che “può portare le persone a credere”».
Le effimere sono piccole e delicate. Hanno minuscole zampe e ali trasparenti. La loro vita da adulte è così breve che non hanno nemmeno bisogno di nutrirsi.
Danzano nella luce primaverile, come hanno fatto per millenni, da prima che le fate irrompessero nell’immaginario dell’uomo. Per quel che conta, penso che siano bellissime. Mette un po’ di tristezza che si debba contrabbandarle per fate, perché qualcuno le apprezzi. E che si cerchi a tutti i costi la magia nell’illusione, quando la piccola effimera è già meraviglia allo stato puro.

Sofia Lincos
Se interpretiamo in modo corretto, gli autori (che fra le fonti secentesche che abbiamo sopra trattato sembrano conoscere di prima mano solo Bartholin, non sempre tradotto dal latino con precisione), pur riconoscendo che «oggi è generalmente sostenuto» che alla base delle leggende di questo genere vi siano «osservazioni di lamantini vivi», in relazione a questi resti ritengono, fin dal titolo, di aver risolto un mistero «lungo trecento anni [...] la cui vera natura è rimasta non pubblicata fino ad oggi».
La prima affermazione non è in effetti recente, come potrebbe apparire dalle indicazioni bibliografiche fornite, ma ha radici secolari: si può trovare, ad esempio, in un libro pubblicato a Parigi nel 1782, il sesto tomo dei supplementi dell’Histoire naturelle, générale et particulière del grande naturalista francese Georges-Louis Leclerc, Comte de Buffon (1707-1788). Soprattutto, Senter e Snow non sono i primi ad identificare correttamente la natura dei resti descritti da Bartholin o di altri del genere. Già almeno dal 2010 Domning scriveva che «le ossa illustrate [...] sono chiaramente quelle di un lamantino dei Caraibi», parole che curiosamente ricalcano quanto un altro grande naturalista francese, le Baron Georges Cuvier (1769-1832) aveva scritto nel 1823, notando che le «parti ossee» riprodotte dal medico danese «[erano] palesemente quelle di un giovane lamantino».
Ad una conclusione simile era giunto una trentina di anni fa lo zoologo Luigi Cagnolaro del Museo Civico Naturale di Milano occupandosi della mano e delle quattro costole di sirena che intorno agli anni sessanta del XVII secolo erano presenti nella collezione del canonico milanese Manfredo Settala (1600-1680). Il caso è simile a quello studiato dai due biologi statunitensi perché anche qui i reperti originali sono dispersi e sono testimoniati solo da due immagini di un manoscritto della Biblioteca Ambrosiana: secondo il naturalista italiano in una di queste «si vede molto bene, ancora in connessione anatomica grazie ai residui di muscolatura e di legamenti, la parte carpale, metacarpale e falangeale della pinna di un Lamantino», «con molta probabilità», vista l’affermata provenienza geografica (Angola, via Amsterdam, inviati a Settala da tale “Joannes Rencius”), un T. senegalensis[13].
Se tali debolezze fossero state rilevate durante la fase della revisione paritaria, come ci si sarebbe potuto aspettare da una rivista che pubblica articoli «sulla storia e la bibliografia della storia naturale», l’articolo ne avrebbe certamente giovato. Ma anche così è un interessante contributo che ha il merito di aver reso disponibile la soluzione di quell’enigma nelle banche dati delle pubblicazioni scientifiche e in lingua inglese, cosa che forse eviterà a futuri studiosi di ipotizzare improbabili patologie o di riscoprire quanto già svelato quasi due secoli fa.

(Si ringrazia per la consulenza Anna Rita Longo)

Note

1) Le lettere citate sono del 5 giugno 1726 e del 17 dicembre 1728 e sono state riprese dall’Inventario del Carteggio di A. Vallisneri propedeutico all’Edizione Nazionale delle Opere, disponibile sul sito http://www.vallisneri.it/ ; la risposta di Conti, che qui non citiamo, fu ripresa nel "Saggio alfabetico d'istoria medica e naturale" apparso postumo in Vallisneri, A. 1733. Opere fisico-mediche [...] Tomo terzo [...]. In Venezia, appresso Sebastiano Coleti, p. 456, che menziona anche il saggio di Thomas Bartholin che descrive i reperti di Copenaghen (vedi sotto).
2) Senter, P. & Snow, V. B. 2013. Solution to a 300-year-old zoological mystery: the case of Thomas Bartholin's merman. "Archives of natural history". Volume 40, pp. 257-262, doi 10.3366/anh.2013.0172
3) Worm, O. 1751. Olai Wormii [...] Epistolae. Tomus II. Havnia, pp. 830-832 (lettera di Laët, datata 1 luglio 1646); Bartholin, T. 1654. Thomae Bartholini Historiarum anatomicarum rariorum centuria I et II. Amstelodami : apud Ioannem Henrici, pp. 170-171; Worm, O. 1655. Museum Wormianum seu Historia rerum rariorum [...]. Lugduni Batavorum : ex Officina Elseviriorum, acad. typograph., p. 276.
13) Domning, D. P. 2010. Bibliography and Index of the Sirenia and Desmostylia, disponibile all’url https://web.archive.org/web/ 20100712040229/http://www.sirenian.org/biblio/browse/?nav=b ; Cuvier, G. 1823. Recherches sur les ossemens fossiles, où l'on rétablit les caractères de plusieurs animaux dont les révolutions du globe ont détruit les espèces.Tome cinquième, Tome cinquème, 1.re. partie. Paris/Amsterdam: chez G. Dufour et E . D'Ocagne; Cagnolaro, L. 1983. “I materiali zoologici e botanici". In: de Michele, V. et al. Il Museo di Manfredo Settala nella Milano del XVII secolo. Milano: Museo Civico di Storia Naturale, p. 14