Indagini: cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo imparato

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Garlaschelli, Grassi e Morocutti con Roberto Giacobbo a Voyager.

Apre il tema Luigi Garlaschelli


Nel complicato acronimo CICAP - Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale (ora “delle Pseudoscienze”) - la parola chiave è “controllo”, cioè verifica, e quindi indagine.

Da quando è nato, ormai trent’anni fa, il CICAP ha affrontato e indagato moltissimi casi misteriosi e, per la maggior parte di questi, ha trovato una spiegazione naturale. I più interessanti tra quelli dei primi dieci anni di vita del Comitato erano stati raccolti in Investigatori dell’occulto (Avverbi, 2001), nel Quaderno n.10 (Indagatori del mistero) e nel recentissimo Quaderno n.28 (Detective dell’incredibile).

Ulteriori casi concernenti il “paranormale religioso”, inoltre, sono presentati nel Quaderno n.11, (In cerca di Miracoli) e in molti altri, dedicati agli animali misteriosi, alle terapie “alternative”, al Codice da Vinci, eccetera, ognuno dei quali contiene indagini, ricerche e sperimentazioni.

Personalmente, ho sempre considerato il CICAP come un gruppo di coloni che scoprono un nuovo mondo. Prima di esso, in Italia non esisteva alcuno studio critico del presunto paranormale: tutto era vero, tutto era dato per certo, e non si sentiva mai la voce dell’“altra campana”.

Poi, sono arrivati i “Padri fondatori” a dare vita al Comitato, seguiti ben presto da un piccolo gruppo di “Pionieri e Disboscatori”: persone entusiaste, avide di conoscere, che si occupavano, anche con qualche ingenuità, un po’ di tutto.

Ora siamo nella terza fase. È ormai l’epoca degli “Esperti”. A mano a mano che il CICAP si allargava, e sempre più persone vi collaboravano, si sono potute sfruttare meglio delle competenze specifiche. Il campo del paranormale e del mistero, che come abbiamo visto abbraccia sempre nuovi argomenti, è vasto e complesso, e nessuno può conoscere tutto in modo profondo. Occorrono dunque degli specialisti, che si concentrino principalmente su un solo tema, e di esso conoscano quanto più possibile: oltre a ciò che affermano i sostenitori, anche tutte le obiezioni – logiche e sperimentali – alle loro fallacie.

Ma parlando di indagini, mi sento di esporre innanzitutto alcune considerazioni generali, elencate in ordine sparso:

- Una decisione che si è rivelata vincente è stata la creazione del Gruppo Indagini, una vera e propria task force il cui compito è quello di gestire le numerosissime richieste di aiuto che giungono da tutto il territorio nazionale e, a volte, anche dall’estero. L’équipe è formata da quasi trenta persone le cui competenze spaziano in campo scientifico, tecnologico e umanistico.

La possibilità di tenersi in contatto tramite internet consente un rapido scambio di materiali e informazioni; grazie alle relative competenze dei soci è quindi possibile analizzare le varie richieste e giungere in tempi relativamente brevi a una soluzione condivisa.

L’attività è certamente impegnativa (nel 2018, ad esempio, sono arrivate più di 180 richieste di aiuto), ma è sicuramente stimolante e – in molti casi – davvero divertente. In più, i feedback che comunemente giungono alla fine di una indagine sono la prova che il Comitato sta lavorando nella giusta direzione.

- Non tutte le indagini comportano sperimentazioni materiali, in prima persona, “sul campo”. Spesso, quando si affronta un nuovo “mistero”, ci si deve impegnare in documentazioni e ricerche (su libri, in internet, tramite interviste ed email a chi ne può sapere più di noi, eccetera). In questo senso, si tratta di qualcosa di simile a una ricerca storica, o al cosiddetto “giornalismo investigativo”. In questa epoca di “false notizie” e di complotti, è un’attività sempre più importante. Iniziative come Chiedi le prove - o gli interventi di veri esperti che ristabiliscano la verità dei fatti, non a caso sempre più presenti nei Convegni del CICAP - vanno proprio in questo senso. Il nome che viene subito alla mente è naturalmente quello di Paolo Attivissimo - seguitissima risorsa nazionale - che finalmente comincia ad avere anche qualche collega.

Inoltre, molte richieste di aiuto che arrivano al Gruppo Indagini riguardano fotografie misteriose. Con l’avvento della tecnologia digitale, smartphone e simili, la quantità di foto scattate ogni giorno è ormai vertiginosa. È inevitabile che tra esse si presenti un certo numero di immagini ‘strane’. Anche in questo caso, il Gruppo Indagini si destreggia bene tra immagini sfuocate, pareidolia, strani comportamenti del software, eccetera, per trovare spiegazioni razionali.

È anche sorprendente l’utilità di internet nella ricerca di testi e lavori, nonché l’utilizzo di servizi quali Google Maps e Google Street View, che permettono di esaminare virtualmente quasi ogni angolo della Terra.

- Alcune indagini e/o sperimentazioni richiedono un’attività pratica. Potrebbero essere test di laboratorio (esempio: sui “capelli d’angelo”, sul sangue di San Gennaro, sulla Sindone di Torino...); potrebbero essere sopralluoghi (per testare rabdomanti o persone che vogliono dimostrare poteri paranormali, per indagare castelli infestati, case ove si verificano fenomeni strani, per visitare “salite in discesa”...).

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Luigi Garlaschelli dimostra come è possibile passare il fuoco sulle mani senza bruciarsi e senza essere fachiri.
Quasi mai le cose sono semplici. Sono necessari contatti preliminari, documentazioni, strumenti particolari, l’aiuto di esperti, spostamenti sul territorio e così via. L’immagine quasi romantica dell’"investigatore del mystero" che esce di casa con una valigetta di attrezzi come quello della Polizia Scientifica, e risolve un caso, in pratica non esiste (anche se le emittenti televisive lo vorrebbero).

- Vale sempre la famigerata “teoria della montagna di m***a”. Ci vuole un attimo per crearla, ci vuole moltissima fatica per eliminarla. Fuor di metafora, ciò significa che pronunciare un’affermazione pseudoscientifica è molto facile, mentre esaminarla, accedere alle fonti, trovare eventuali fallacie, chiedere la consulenza di esperti, è lavoro lungo e difficile.

- Il frutto di tutte queste fatiche si trasforma a volte in libri, arma di documentazione e divulgazione scettico-razionalista alla quale chiunque può poi accedere, in articoli su Query o nel sito del CICAP, a volte anche in veri e propri lavori inviati a riviste scientifiche.

Una cosa che non si impara mai abbastanza è che per ogni indagine è assolutamente necessario tenere tutta la documentazione, le immagini, le email scambiate, i testi consultati, le date e i nomi. Verrà prima o poi il momento in cui su quel caso si dovrà scrivere un articolo per Query, o tenere una relazione, o rispondere a una intervista. Anche perché, se i risultati restano in un cassetto, è come se non esistessero e i nostri sforzi non fossero mai stati fatti.

È quasi inevitabile, dopo tre decenni di vita del CICAP, riflettere su quale sia stata la sua attività, la sua efficacia, e se abbia tenuto fede alle intenzioni che animavano i suoi promotori.

Possiamo dire, credo, che ormai il CICAP è una realtà consolidata nel panorama italiano: i media ci conoscono, riconoscono la nostra serietà e affidabilità e, bene o male, sanno di non poterci ignorare (non del tutto, almeno, anche se alcuni lo preferirebbero). Le richieste di interviste, partecipazioni televisive, conferenze sono all’ordine del giorno, spesso anche oltre le nostre possibilità materiali. E, riconosciamolo finalmente, per una volta non siamo secondi a nessun altro gruppo “scettico” europeo.

Detto tutto questo, e ricordati i suddetti motivi di orgoglio, dobbiamo allora guardarci allo specchio, dirci quanto siamo bravi ed essere soddisfatti di tutto?

Ovviamente no.

E non solo perché gli indagatori, volontari, hanno tempo e mezzi limitati. Ma anche perché lo scoramento è sempre in agguato.

Il quaranta per cento della popolazione crede in qualche forma di paranormale, e queste credenze non sono nemmeno molto correlate con l’intelligenza, il grado di istruzione o le simpatie politiche. Le pseudoscienze, i ciarlatani e gli imbroglioni continuano a prosperare. Qualunque sia l’argomento di cui ci occupiamo e sul quale osiamo esprimere opinioni critiche, sono scontati gli attacchi furibondi di qualcuno che invece ci crede. In questi casi, siamo accusati di essere aridi, scientisti, riduzionisti, incompetenti e in malafede, fautori di una scienza cieca, arrogante e piena di prosopopea.

Ci dicono anche che la nostra è una battaglia inutile e persa in partenza, una lotta contro i mulini a vento; che chi vuole credere continuerà a farlo nonostante ogni evidenza; ci ricordano che una consolazione illusoria è meglio di una verità sgradevole; oppure, nel migliore dei casi, ci chiedono perché perdiamo il nostro tempo dietro a certe sciocchezze. Chi ce lo fa fare, insomma?

Eppure, noi continuiamo. Perché lo spirito del CICAP è lo spirito della scienza: è il desiderio insopprimibile di conoscere. Forse poco rispetto all’infinita vastità del sapere, ma sicuramente in modo più solido rispetto a quanto ottengono le altre discipline.

In conclusione, mi piace ripetere che dovremmo continuare con “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà” e che dovremmo fare nostre le parole di Galileo: «Io stimo più il trovare un vero, benché di cosa leggera, che’l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nissuna».

E poi, diciamolo: ci divertiamo moltissimo.

Prosegue il tema Francesco Grassi


Per parlare della storia delle nostre indagini, mi piace ricordare che nell’ormai lontano 28 maggio 2002 creai una mailing list che si chiamava gdl-crops: Gruppo di lavoro sui crop circles.

Scrivevo nella prima email dal titolo [gdl-crops] Crops Virtual Team!: “Siamo il nucleo del virtual-team dei crop-circles. Vedremo se e dove ci porterà questo tentativo...”

Si concretizzava così, credo per la prima volta in maniera strutturata nel CICAP, l’idea di studiare, ricercare e investigare insieme ad altri amici in maniera non fisica ma virtuale e remota. Grazie a internet si poteva collaborare in maniera asincrona essendo in luoghi differenti.

Guardando a ritroso, il tentativo si è rivelato estremamente fruttuoso, per quanto fosse nato con l’incoscienza di chi non sa di navigare con una piccola imbarcazione nell’oceano in tempesta dei cerchi nel grano.

Nel giro di qualche anno cominciarono ad apparire i miei primi articoli che mettevano in discussione alcuni pilastri del solido impianto irrazionale del fenomeno dei cerchi e questo lavoro sfociò anche in un importante articolo pubblicato su rivista scientifica nel 2005. Il tutto con la mia firma e quella di altri due collaboratori, in cui si metteva in evidenza l’inconsistenza della letteratura scientifica che fino a quel momento ci aveva preceduto. Fu una tappa importante anche a livello mondiale per chi seguiva con passione la storia dello studio razionale dei cerchi nel grano.

Questo tipo di approccio, in team e da remoto, fu poi utilizzato nel CICAP per concretizzare altre ricerche, come ad esempio sull’astrologia, l’omeopatia e le scie chimiche.

Per chi partecipava a queste esperienze di indagine virtuale, fu chiaro che era fondamentale scrivere e confrontarsi nei forum e nelle mailing-list con i sostenitori del fenomeno oggetto di studio, per cercare di comprendere le motivazioni alla base dei ragionamenti pseudoscientifici che venivano portati avanti.

Questo diede agli investigatori del CICAP un ulteriore stimolo, non solo per incrementare verticalmente e capillarmente le proprie conoscenze, ma anche per imparare ad esporre con le giuste chiavi interpretative in maniera più fruibile e divulgativa la visione critica che il gruppo di studio via via consolidava.

La terza fase, l’epoca degli Esperti come dice Luigi Garlaschelli, è stata possibile anche grazie agli sforzi di questi gruppi virtuali, che hanno creato le basi e mostrato come fosse possibile concentrare gli sforzi per acquisire conoscenza e produrre i risultati da divulgare; eredità ripresa e portata avanti egregiamente dall’attuale Gruppo Indagini.

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Sperimentazione sindone. ©Cristina Visentin
Per le nostre indagini, un altro capitolo interessante dal punto di vista mediatico, a mio avviso si è sviluppato per qualche anno a partire dal 2004, quando Roberto Giacobbo propose in TV la sfida dell’assegno milionario di James Randi nella trasmissione Voyager su Rai2. Giacobbo contattò il CICAP per effettuare degli esperimenti su presunti sensitivi che si presentavano per vincere quell’assegno, che era a disposizione di chi fosse riuscito a produrre un fenomeno paranormale in condizioni di controllo.

In ognuna delle sei puntate della prima stagione in cui erano programmati questi esperimenti, Giacobbo intervistava e mostrava all’opera un particolare sensitivo a cui aveva fatto eseguire un test con un protocollo deciso a sua discrezione. Chi avesse superato questo primo filtro, avrebbe potuto replicare la dimostrazione dei suoi poteri di fronte a una commissione di esperti del CICAP.

Solo due persone passarono la prima selezione del conduttore televisivo: una sensitiva rumena che dichiarava di avere doti di chiaroveggenza e un pranoterapeuta bolognese che diceva di liquefare l’albume imponendo le mani sull’uovo aperto in un piatto. Gli esperti del CICAP, Luigi Garlaschelli, Marco Morocutti e Francesco Grassi si recarono nel mese di ottobre 2004 presso gli studi televisivi di Voyager per eseguire degli esperimenti più rigorosi con questi aspiranti vincitori del premio Randi.

Non voglio qui ripercorrere la cronaca di quei due esperimenti, dico solo che la sensitiva fallì il suo test al primo colpo, mentre l’esperimento delle uova si dimostrò per noi molto più insidioso di quanto potessimo immaginare.

Era previsto che il pranoterapeuta imponesse le mani su un uovo aperto in un piatto preso a caso tra 10 disponibili. Il piatto trattato sarebbe stato da me (e da un altro testimone) numerato e aggiunto agli altri piatti già numerati con un cartoncino in bella vista, il tutto ripreso da una telecamera all’interno del camerino per scopi televisivi.

I due giudici avrebbero dovuto esaminare in maniera indipendente l’uno dall’altro le dieci uova, alla presenza di Garlaschelli e Morocutti, per decidere se e quale delle 10 uova avesse l’albume più liquido rispetto alle altre. In questo modo, la probabilità che l’uovo trattato venisse scelto puramente per caso sarebbe stata piuttosto piccola, pari cioè all’1%. I due giudici indicarono entrambi il piatto numero 5 come quello trattato e di fatto era proprio il piatto 5 quello su cui aveva imposto le mani il sensitivo bolognese.

Come spiegare questo incredibile successo? A causa dei tempi serrati durante le riprese, i due giudici svolsero il loro compito fianco a fianco e contemporaneamente potendo quindi anche influenzarsi inconsapevolmente a vicenda: la probabilità da una su cento passò a una su dieci. L’esame visivo effettuato infatti al termine della prova a telecamere spente sia da noi del CICAP che da alcune persone della redazione di Voyager non aveva mostrato alcuna evidente liquefazione nell’albume dell’uovo trattato dal pranoterapeuta. Questo è quello che abbiamo sempre scritto e dichiarato a valle del primo esperimento.

La storia, per chi se la ricorda, proseguì con un secondo esperimento che venne eseguito nel mese di febbraio del 2005 presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Pavia. In questa seconda (e ultima) occasione il test fallì e il pranoterapeuta non fu ammesso a proseguire il suo percorso verso la possibile vincita dell’assegno milionario.

Quello che non abbiamo mai pubblicamente raccontato è però un dietro le quinte avvenuto dopo il primo esperimento dell’ottobre 2004 e che qui voglio condividere con i nostri lettori.

Il fatto che tutti e due i giudici avessero scelto proprio il piatto effettivamente trattato dal pranoterapeuta non ci ha mai convinto del tutto, in particolar modo rivedendo e analizzando quanto trasmesso nella puntata di Voyager. Al nostro interno abbiamo fatto diverse ipotesi e illazioni per cercare potenziali falle nel primo protocollo, che avemmo voluto evitare nel secondo protocollo da utilizzare per il test successivo.

È vero che i due giudici avevano analizzato le dieci uova negli stessi momenti e fianco a fianco, ma cosa avremmo dovuto fare per impedire possibili fughe di informazioni dal camerino in cui io, in presenza di una telecamera, avrei numerato per la seconda volta i piatti da sottoporre ai nuovi giudici? Il numero del piatto trattato era stato intercettato e trasferito ai due giudici per qualche motivo a noi ignoto?

Le nostre erano pure illazioni, che però ci hanno fatto ragionare circa possibili modifiche al protocollo, per evitare che la scelta dei giudici fosse in qualche modo indirizzata. Portammo a tre il numero dei giudici che avrebbero dovuto scegliere l’uovo trattato e facemmo in modo che i tre giudici operassero in maniera indipendente l’uno dall’altro. Tutto questo modificò la probabilità di successo casuale del pranoterapeuta da una su cento a una su mille. Inoltre il pensiero paranoico che ci potesse essere una fuga di informazioni dal camerino grazie a qualche telecamera nascosta o meno, venne affrontato attuando una marcatura dei piatti con bustine bianche etichettate con inchiostro invisibile, in modo che per chiunque fosse impossibile individuare il piatto trattato anche guardando in tempo reale l’operazione di marcatura.

Probabilmente non sapremo mai come andarono realmente le cose in occasione del primo test di liquefazione dell’albume, ma di certo il suo esito ci ha consentito di imparare tanto e acquisire nuove esperienze, soprattutto in occasione di esperimenti da effettuare in presenza di una troupe televisiva.

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Marco Morocutti con un pesce razza che qualcuno aveva tagliato per farlo assomigliare a un alieno.

Conclude il tema Marco Morocutti


Fra le domande che mi vengono rivolte al termine delle conferenze, ce n’è una – apparentemente banale - che merita invece un’attenzione speciale. Alcuni chiedono un parere su un caso celebre, altri su qualche personaggio che si dice fosse dotato di poteri insoliti, altri magari su grandi temi come la vita nel cosmo. Ma la domanda principe resta una in particolare: “Che cosa avete scoperto?”.

Non c’è da stupirsi. Chi racconta le indagini del CICAP si rende ben conto di quanti argomenti insoliti e affascinanti sono stati esplorati in tanti anni di attività, e quanto interesse e curiosità possano destare in chi ascolta. Ed è chiaro che, a differenza di certi intrattenitori televisivi che non traggono conclusioni e lasciano aperte tutte le possibilità, pur di mantenere vivo il mistero (e alti gli ascolti), a noi piace arrivare in fondo e capire come stanno le cose. Quando è possibile, naturalmente; negli altri casi è sempre preferibile un onesto “non so” piuttosto che una spiegazione di fantasia dettata più che altro dalla voglia di giustificare qualche posizione assunta a priori.

Altrimenti sarebbe come se di fronte ad un racconto poliziesco ci si fermasse a contemplare il fascino della scena del delitto, anziché voler proseguire nella lettura, facendo ipotesi e supposizioni, fino ad arrivare alla fine e scoprire chi è l’assassino.

Torniamo quindi alla domanda. Ricerchiamo, indaghiamo, verifichiamo… e alla fine, cosa abbiamo scoperto? È pur vero che ogni caso fa storia a sé, quindi una risposta generale non esiste. Ma è altrettanto vero che dopo tanta attività si arriva a rendersi conto che è possibile individuare degli schemi, trovare delle somiglianze: in altre parole, si scopre che le conclusioni dei casi indagati dal CICAP si possono in un certo modo schematizzare e classificare. Quella che voglio qui proporre è appunto una sorta di classificazione degli esiti di una indagine su un caso misterioso.

Quando mi chiedono cosa abbiamo scoperto, rispondo che fra tanti misteri c’è una cosa che possiamo dire con certezza, cioè che i casi finora indagati si concludono sempre in uno fra tre possibili scenari:

Casi del primo tipo: “Il fenomeno, così come viene descritto, non è mai avvenuto”.

Casi del secondo tipo: “Il fenomeno si manifesta, ma in modo diverso da come è stato descritto”.

Casi del terzo tipo: “Si assiste realmente ad un fenomeno insolito e sorprendente, ma è stato possibile trovare una spiegazione e perciò non è paranormale”.

A voler essere onesti ci sarebbe anche una quarta possibilità, cioè che il caso – per quanto ci si sia impegnati per esaminare ogni possibile soluzione in base alle conoscenze attuali – resista ad ogni tentativo di spiegazione, e costituisca perciò la dimostrazione che ci si trova di fronte ad un genuino fenomeno paranormale. Questo sarebbe lo scenario a cui vorrebbe assistere ogni vero indagatore dell’occulto: l’evidenza di avere scoperto qualcosa che sconvolge inequivocabilmente ciò che sappiamo sul funzionamento della natura, portando le conoscenze a compiere un nuovo balzo in avanti e con tutta probabilità ad aprire nuovi e appassionanti orizzonti finora completamente inesplorati.

Ma a tutt’oggi, se parliamo di indagini su fenomeni paranormali o su discipline pseudoscientifiche, non è mai successo.

È chiaro che questo non significa che un domani non potrebbe accadere: negli ultimi cinque secoli le conoscenze scientifiche hanno trasformato e sconvolto più e più volte quel che credevamo di sapere sulla natura del mondo. Ogni profonda conquista scientifica ha sconfessato vecchie idee e ne ha introdotte (e confermate) di nuove, dimostrando che l’evoluzione delle conoscenze è nell’ordine delle cose. Non si può dire cosa si troverà domani, però finora i casi del quarto tipo non si sono mai verificati. Oggi no, domani chissà.

Potrebbe essere superfluo, ma è bene precisare che i tre possibili esiti che ho elencato riguardano solo le situazioni in cui è stato possibile svolgere una indagine e disporre degli elementi necessari per giungere a una conclusione. Se si trattasse, ad esempio, di un caso storico, dove i protagonisti non esistono più, oppure quando chi fa l’affermazione straordinaria non consente una verifica, o anche quando non sia materialmente possibile verificare alcunché, allora come dicevo il caso semplicemente non avrà nessuna conclusione. Si potrà forse esprimere un parere, ma non formulare una conclusione. La mia proposta di classificazione si applica solo ai casi in cui, dopo adeguata indagine, sia stato possibile mettere la parola fine.

Non resta che vedere qualche esempio dei tre diversi tipi, giusto per fornire del materiale a chi voglia condividere queste riflessioni. Dei casi a cui faccio riferimento si è parlato nelle varie pubblicazioni CICAP, magari sulla storica rivista Scienza & Paranormale, oppure sui libri dedicati alle indagini. Questa perciò può anche essere una buona occasione per fare qualche ricerca nella moltissima documentazione esistente.

Esempi di casi del primo tipo:
  • Profezie: il veggente sostiene di aver predetto qualcosa, ma non esiste una profezia esplicita e priva di ambiguità.
  • Rabdomanzia: il rabdomante sostiene di essere in grado di trovare l’acqua, talvolta addirittura con certezza, ma messo alla prova non è in grado di farlo.
  • Terapie alternative: l’operatore dichiara di poter diagnosticare una patologia, ma posto in condizioni controllate non è più efficace di una scelta dettata solo dal caso.
  • Fantasmi: una leggenda riferisce di segni ed apparizioni che avvengono in un determinato luogo, talvolta anche in date esplicite, ma controllando direttamente non avviene nulla di quanto atteso.

Questi casi rientrano in genere nella categoria dei “si dice”, quando cioè circola una storia la cui unica forza risiede nel contenuto emotivo che trasmette, mentre la veridicità delle affermazioni è nulla.

Esempi di casi del secondo tipo:
  • Frodi deliberate: le “fotografie psichiche” di Ted Serios. Il soggetto produceva realmente delle fotografie, ma erano realizzate con mezzi tenuti nascosti ai testimoni.
  • Medianità: in una seduta spiritica un oggetto si “materializza” dal nulla, ma era già presente e a causa delle condizioni ambientali i partecipanti non l’avevano visto.
  • Psicometria: il soggetto ha descritto in modo convincente la storia o il proprietario di un oggetto, ma il sensitivo – o chi ne promuove le facoltà - omette di elencare gli altri casi in cui le descrizioni fornite erano palesemente sbagliate.
  • Cerchi nel grano: vengono rinvenuti sorprendenti disegni nei campi che appaiono senza che se ne vedano gli autori, ma ciò avviene perché tali creatori agiscono esplicitamente in modo da non essere visti e senza lasciare traccia delle tecniche impiegate per realizzarli.
  • Poltergeist: alcuni oggetti prendono spontaneamente fuoco quando è presente un adolescente, ma è egli stesso a provocare gli incendi quando è da solo o comunque non è osservato da qualcuno.
  • Statue che piangono: vengono rinvenute tracce di fluidi (con l’aspetto del sangue o di liquidi trasparenti) sulla superficie di oggetti di culto, e sembra che ciò avvenga senza intervento umano. Analisi approfondite mostrano che le statue vengono manipolate o lasciate incustodite.

Sono casi che comprendono l’amplissima categoria degli errori di interpretazione, una circostanza che può avvenire a molti livelli e anche da parte di persone qualificate e in buona fede. A questi si aggiungono le omissioni (si parla in questo caso di selezione dei risultati) ed infine le frodi organizzate e deliberate.

Esempi di casi del terzo tipo:
  • Il caso delle uova mummificate: è uno dei primi e più curiosi fenomeni indagati dal CICAP, dove una guaritrice dava prova dei propri poteri “mummificando” un uovo grazie all’imposizione delle mani. Si è scoperto che si tratta di un fenomeno naturale dovuto alla disidratazione, che nelle giuste condizioni avviene spontaneamente senza che nessuno debba fare alcunché.
  • Le porte che si muovono contraendo gli addominali: un altro caso curioso in cui una persona riusciva a provocare l’oscillazione della porta di una stanza solo contraendo i propri muscoli addominali. Una precisa e puntuale analisi fisica ha consentito di giustificare il movimento della porta con le lievissime variazioni di pressione provocate dal corpo del soggetto durante il singolare esercizio.
  • Le salite in discesa: su un tratto di strada che viene percepito come una salita, automobili e altri oggetti si muovono risalendo la pendenza, come se la forza di gravità fosse alterata. L’effetto è di natura percettiva e sono state individuate le condizioni in cui un tratto in leggera discesa viene percepito come se fosse invece in leggera salita.
  • Casi di infestazioni o di suoni inaspettati all’interno di edifici: si manifestano rumori più o meno evidenti, ma nonostante il luogo possa aggiungere suggestione al fenomeno, la causa si individua in piccoli movimenti dovuti ad effetti termici, vibrazioni ed elasticità del terreno, correnti d’aria, suoni esterni, eccetera.

Questa categoria è probabilmente la più interessante, perché la ricerca di una soluzione - che non è sempre facile - porta infine a trovare la causa di un fenomeno che si manifesta realmente in modo inaspettato e talvolta sorprendente. È una piccola vittoria rispetto a chi sostiene che ogni avvenimento insolito, soprattutto se ammantato di fascino e mistero, debba essere per forza inspiegabile.

E per chiudere, come altri colleghi hanno più volte evidenziato, non posso che confermare che tutto questo, oltre ad essere profondamente istruttivo, è anche molto, molto divertente.